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Schemi di azioni possibili ispirate su uno studio realizzato da Druot, Lacaton & Vassal

HYBRIS E NÉMESIS
Architettura e crisi: un mondo in continua ri-(e)voluzione

2012

 

 

 

 

Prologo

Sofocle, attorno al 420 a.C., racconta che Edipo, in fuga dalla terribile profezia che lo vedeva uccidere suo padre e sposare la propria madre, s’incontra sulla strada per Delfi con Laio e, dopo un alterco, lo uccide. Tempo dopo, durante una pestilenza a Tebe di cui era diventato Re, Edipo scopre che il suo vero padre era proprio Laio e che, dopo la sua morte, l’ignaro si è sposato con Giocastra: vedova di Laio e sua madre naturale. La profezia si era compiuta e la pestilenza che tormentava Tebe trova la sua ragione nell’Hybris involontaria commessa da Edipo.La Moira, ossia il destino naturale che ogni essere umano deve seguire, non prevedeva tale sfida alla natura per cui la peste si abbatte sui disgraziati protagonisti della storia e sul loro popolo: la Némesis si consumava condannando gli orribili atti compiuti inconsapevolmente da Edipo. Una volta capito l’accaduto, la madre-sposa Giocastra s’impicca, mentre Edipo, appena la vede, si acceca e si esilia nella vergogna e nel dolore più assoluti.Giustizia è fatta, la macchia dell’atto ignominioso è pulita e l’ordine naturale è ristabilito. La vita può continuare.

 

Parodo

Dagli albori della storia l’essere umano ha voluto lasciare traccia del suo passaggio nella terra per istinto di superamento, per vanità, per auto celebrazione, per prolungare la sua esistenza oltre il limite invalicabile della morte. Per questo s’intraprendono le imprese più azzardate e memorabili, sfidando, ogni volta, i limiti della tecnica e mettono alla prova le regole imposte dalla natura e dalla Moira. A ogni risultato raggiunto si desidera sempre di più, perchè i desideri sono tanti, spesso al di sopra delle nostre possibilità e tutti vogliamo che si compiano, a costo di sfidare nuovamente la Moira.

 

Primo Episodio: La maledizione degli anni `70

I momenti economicamente positivi portano con sé grandi attese, crescita culturale e voglia di cambio del proprio intorno, sia fisico sia mentale, spesso con una tendenza a negare tutto ciò che ricorda un passato austero e depresso.Dopo due terribili guerre che hanno sconvolto il mondo intero, come un turbine entrano nelle case di tutti il Team 10, la Vespa, la poesia di Moebius, il Rock psicadelico, il viaggio sulla Luna, Pollock, Orson Welles, e l’entusiastico amore verso un nuovo modo di fare architettura e di concepire la città, finalmente libera dai lacci ottocenteschi che ne impedivano l’evoluzione e l’adeguamento ai nuovi valori ormai gridati da ogni dove.È ricominciata la corsa all’oro, alla grande impresa, al progetto più importante, al più grande, al più caro, al più eclatante; ma sempre in nome della “buona architettura”, del benessere sociale e del progresso della civilizzazione.

 

La corsa e l’entusiasmo sono cresciuti a tal punto che siamo arrivati a chiamare i nostri guru “archi-star”, a dimenticarci dei dettagli, degli spazi e del perché li ammiriamo, a contare solo le tonnellate di cemento che muovevano i loro progetti, ormai misurati in campi da calcio e in pubblicazioni nelle riviste internazionali.I risultati, però, c’erano: i grattacieli continuavano a battere record d’altezza, gli aeroporti crescevano sempre più, i musei operavano già in franchising, i ponti non poggiavano più a terra e l’orgoglio dell’uomo toccava ormai le stelle.Solo, a volte, quando la sera tutto taceva, si sentiva qualche scricchiolio, ma non era delle imperiose strutture d’acciaio e vetro. Si cominciava a parlare sottovoce di crisi energetica, di cambio climatico, di “bolla”, d’insostenibilità del sistema, di un mondo che succhiava risorse che la terra non possedeva e pagava le sue imprese con capitali virtuali, inesistenti, il cui valore era quotato non sul denaro che c’era realmente ma su quello che si prevedeva di guadagnare con la nuova attività. Poi, però, tornava il giorno e tutto si copriva con il frastuono dei risultati, con i luccichii delle nuove città costruite nel deserto e, troppo spesso, con il boato dei cannoni e dei bombardieri che facevano la spola fra Kabul e Bagdad.

 

Primo Stasimo

Come nella crisi c’è il germe della ripresa, così, all’ottimismo orgoglioso e miope del benessere succede una nuova caduta. Più o meno forte ma proporzionale in intensità e durata alla crescita e all’entusiasmo avuto durante l’illusorio periodo di benessere che ci ha fatto pensare che quella sarebbe stata la realtà e che la vita di stenti e miseria dei nostri nonni era solo una parentesi triste e inspiegabile nella quale si erano trovati per sbaglio o per stupidità.

 

Secondo Episodio

Oggi giorno l’architettura e lo studio della città hanno raggiunto mete che fino a pochi decenni fa erano impensabili, e questo grazie ai nuovi materiali e alle loro applicazioni, alle nuove teorie filosofiche e sociali. Finalmente si poteva raggiungere l’Olimpo con facilità e le gesta di Prometeo, comparate con i lavori di molti architetti e urbanisti, ormai erano cosa da poco.

 

Purtroppo, però, al di là dell’innovazione e dei successi, la speculazione e l’entusiasmo dati dal facile guadagno e dalla presa di coscienza che la costruzione è un motore fondamentale per la crescita di un paese, hanno portato alla degenerazione e al logoramento dell’“ars aedificatoria”: più costruisci, più territorio viene cementificato, più si muovono capitali, più aumenta lo status di benessere. L’arrogante ingenuità di associare costruzione con occupazione del territorio comincia a mostrare i suoi effetti collaterali: secondo Legambiente, nel 2009 in Italia c’erano 5,2 milioni di alloggi vuoti solo nelle grandi città, ossia 1,2 milioni di alloggi in più rispetto a quelli edificati nel decennio precedente. In Cina e in molti paesi che rappresentano le nuove economie mondiali questi fenomeni stanno accadendo a scala ancora più grande.Come una legge non scritta della natura, una volta compiuta l’Hybris, la Nèmesis non tarda ad arrivare e il gigante che si nutre di se stesso prima o poi si rende conto che sta diventando il suo stesso carnefice.

 

Il 15 settembre del 2008 la compagnia di servizi finanziari Lehman Brothers annuncia il fallimento, sancendo, così, ufficialmente l’inizio di un temporale di grandi dimensioni il cui arrivo si annunciava già da tempo.

 

Lo scossone improvviso fa si che tutto sia rimesso a soqquadro, le discussioni e i dibattiti sulla crisi si ripetono ogni giorno e si spulcia nei meandri del sistema globale per cercare di ricomporre un equilibrio che in realtà non si è mai avuto. Brancolando nel buio, i più dotti economisti e ferrati politici cercano di arginare il fiume in piena, ma sembra ormai tardi, il danno è stato fatto.I sindaci delle capitali non desiderano più edifici firmati da stelle dell’architettura moderna: sono troppo occupati a pagare i debiti stratosferici accumulati in epoca passata, quando l’illusoria liquidità delle banche permetteva a chiunque di costruire, comprare e rivendere qualunque cosa, il prezzo non era un problema.La speculazione edilizia è arrivata al collasso, le banche non dispongono più di liquidi, la compra-vendita si è fermata e cadono come mosche tutte le attività che girano attorno alle economie colpite dalla crisi: la “bolla” è scoppiata.Ci si rende conto che un approccio troppo aggressivo ha portato il sistema alla bancarotta, si è capito che, sfruttando la costruzione con meno affanno speculativo e servendosene in modo più rispettoso non si sarebbe arrivati a queste conseguenze. Ci si sta rendendo conto che la costruzione, così com’è stata intesa fino ad oggi, comporta anche distruzione del paesaggio, abuso di risorse, mancata visione del futuro e conseguente ritorno al declino, condizione necessaria per fermarsi a pensare, recuperare le forze e avere un nuovo impulso di crescita.

 

Secondo Stasimo

 

[im]possible living:

La prima comunità globale nata per localizzare e dare nuova vita agli edifici abbandonati.

 

www.impossibleliving.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n’undo:

Ri-architettura del territorio e della città partendo dalla Non-Costruzione, dalla Minimizzazione, dalla Riutilizzazione e dall'Abbattimento.

 

www.nundo.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terzo Episodio: NOI decidiamo qual è la nostra Nèmesis

Dopo aver preso atto che la situazione è cambiata dovremmo finalmente convincerci dell’impossibilità di tornare all’antico modo di vivere e il recupero; il ristabilimento di un “equilibrio” dipende, fondamentalmente, da quanto siamo disposti a rinunciare del tenore di vita che avevamo in epoca di benessere.Bisogna cambiare qualcosa del sistema in cui abbiamo vissuto finora: invece di continuare a occupare territorio perché più facile e più speculativo (il grande guadagno nelle speculazioni immobiliari consiste nella riconversione della destinazione d’uso dei terreni!) Occupiamo gli edifici dismessi e riconvertiamoli, ridiamo vita a ciò che è rimasto abbandonato ed evitiamo di costruirne a fianco un sostituto che a breve termine sembra più economico e di facile realizzazione, ma a lungo termine è molto più caro e complicato da gestire. Diamo agli spazi vuoti lo stesso valore che hanno quelli già edificati, siano essi oggetto di valorizzazione del costruito e non area residuale da densificare in futuro. La città è già piena di aree costruite, come vecchie fabbriche, edifici non più utilizzati e zone urbane abbandonate. Che motivo abbiamo di costruire ancora? Usiamo la disciplina urbanistica come strumento di gestione, di bonifica, pianificazione e di controllo dell’esistente e non programma di ciò che deve ancora esistere. Sia l’architettura la pratica di miglioramento e utilizzo di ciò che la città già ci offre e di ciò che l’urbanistica coordina.

 

Questo processo contiene in se importanti implicazioni politiche ma può essere la scintilla di un nuovo sistema economico e di gestione dell’urbe. Implica l’imposizione di tasse per il nuovo costruito e di agevolazioni per il recupero, di valorizzazione pecuniaria dello spazio vuoto e di penalizzazione della densità. Il nuovo modo di costruire e di gestire l’esistente genererà nuove figure specializzate: non nel costruire ex novo ma nel recupero sistematico dell’esistente; con le relative implicazioni che consistono nella gestione delle tecnologie e delle problematiche specifiche di questo approccio architettonico.

 

Le azioni consisteranno nell’eliminazione dal nostro orizzonte di tutto ciò che porta con sé il “nuovo” o l’“ampliamento” e nel potenziamento dei processi di “associazione”, di “connessione” di “unione” di “apertura” attraverso il conferimento di ”nuove funzioni”, di “intercomunicazioni”, di “adattamenti” e di “riconversioni”.

 

Schemi di azioni possibili ispirate su uno studio realizzato da Druot, Lacaton & Vassal

 

In termini generali, facendo un bilancio economico, di vantaggio sociale e di ottimizzazione delle risorse, deve essere più conveniente recuperare e trasformare adattando a nuove destinazioni d’uso che costruire da zero.In questo modo, da una parte scongiuriamo il processo di distruzione del paesaggio e dall’altra partecipiamo all’eliminazione del degrado urbano, specie nelle periferie metropolitane.Recuperando e trasformando o, addirittura, demolendo edifici esistenti ci si trova obbligati a prendere in considerazione anche il loro intorno dal punto di vista architettonico, urbanistico e sciale, riqualificando aree e ristabilendo equilibri sociali andati persi a causa di errori o di mutamenti nella struttura urbana. Troppo spesso ci si scontra con il paradosso delle zone urbane o extra urbane abbandonate al degrado per obsolescenza o per disuso, mentre lo sviluppo si concentra in aree vergini da edificare. La sinergia fra architetti, urbanisti e politici dovrà concentrarsi a migliorare l’esistente usando la conversione come fulcro di crescita di zone specifiche e motore per lo sviluppo urbano.

 

Esodo

La riconversione, l’uso delle nuove tecnologie, la sostenibilità e l’efficienza energetica usati come volano della costruzione genereranno nuovi spazi professionali, apriranno nuove opportunità di mercato e daranno ossigeno a un sistema ormai asfissiato dalla sua obsolescenza.L’uso sostenibile degli edifici sarà fondamentale in questo nuovo panorama e i sistemi di autosufficienza energetica e di ottimizzazione delle risorse saranno una colonna portante per la costruzione del futuro.Nuove professionalità, porteranno avanti un nuovo modo di vedere la costruzione: tecnici e costruttori che assicurino l’ottimizzazione delle risorse esistenti e che creeranno un nuovo volano economico, non più basato sullo sfruttamento di ulteriori risorse (spazi, materiali, energie, ecc...) ma sul riutilizzo di elementi esistenti e sul loro adattamento alle necessità attuali. Un nuovo modo di approcciarsi all’uso dello spazio e della società, l’uso di nuove tecnologie che permettano di migliorare le condizioni dell’edificato e di adattarlo alle necessità attuali e lo sfruttamento delle energie rinnovabili possono partecipare a dare una soluzione concreta al momento in ci viviamo e aprire una porta a una crescita sensata e, per una volta, proiettata verso il futuro.

prefabbricato ad uso industriale nascosto tra altri capannoni, cerca di farsi leggere come insieme di cubi accostati tra loro a formare un grande parallelepipedo orfano di parti di volume nei punti in cui la funzionalità dell'edificio lo richiede.

Per gli ingressi, baie di carico e palazzina uffici si è proceduto per sottrazione dal volume completo, sottolineata dal diverso colore e dalla diversa granulometria del muro.I cubi, privi di porte di ingresso, vengono trattati con finitura liscia e colorati in scala di grigio in quanto successivi uno all’altro; i vuoti (ovvero gli ingressi) vengono realizzati con il pannello rovescio che presenta una superficie più scabrosa e poi colorati in verde.La composizione, leggibile grazie ai colori e alla granulosità della finitura (metodo economico ma efficace), viene anche usata nel piano orizzontale: l’area di pertinenza di ciascun cubo verrà trattata in modo differenziato, alternando asfalto, cemento colorato, ghiaino sciolto e prato in relazione al colore del muro che vi si prospetta.